L'oceano, è grande, immenso, direi. Proprio così – shush – un'onda! Ancora! E ancora! Onde, onde, onde!
L'oceano è dispettoso – zac – e la tua infradito sta già scappando da qualche parte lontano – devi fare in fretta per prenderla.
L'oceano è calmo oggi e ruggente domani. È vita. È un sogno. È la miglior medicina per tutto. Da poco tempo, è parte di me.
"Non riesco a immaginare la mia vita lontano dall'acqua", mi ha detto in estate Beth, proprietaria di una minuscola panetteria americana sulla costa di Bethany. E non vorrei immaginarlo, ma non c'è altra scelta. Se non quella di sentire la mancanza, promettendosi di tornare da questo gigante blu il prima possibile, e rileggere gli appunti estivi, scritti in fretta, di quel taccuino per tutte le occasioni.
Agosto 2015: «L'estate in riva all'acqua è misurata e calma. Al mattino vai in spiaggia con un sacchetto di frutta, provi a prendere la prima onda – naturalmente, fallisci la missione – riempi il costume di sabbia, cammini pigramente verso il tuo asciugamano, ti stendi sopra come una medusa spiaggiata, e poi – il sole. Molta luce, in cui anneghi letteralmente. Intorno un piacevole brusio di voci. Il rumore delle onde. I bambini costruiscono castelli di sabbia. Gli stessi bambini li distruggono. I bagnini sbadigliano, aspettando la loro ora. Una coppia si lancia un frisbee. Un'ora, due, tre. Sei completamente rilassato. In pace. La testa è chiara e libera da ogni cosa inutile. Ci sei tu e l'oceano, l'oceano e tu. E l'estate. Che bisognerebbe catturare, trattenere, mettere in un barattolo e assaporare a cucchiaini in inverno. Nel freddo e nella tristezza».
Ricordo la prima volta che ho visto l'oceano. Sono corsa verso di lui, facendomi strada tra i corpi distesi sulla sabbia calda, mi sono fermata proprio vicino all'acqua, ho cautamente messo l'alluce davanti all'onda che arrivava – era calda. In testa mi è passato un pensiero: «Sono a casa».
Andavo sulla costa a ogni occasione. Al mattino – con un libro, di notte – con una scatola di cartone di quesadilla, rimastami dopo un turno di lavoro tardivo. Da sola e in compagnia di amici. E ogni volta, la stessa sensazione di armonia interiore mi avvolgeva come un'onda. I pensieri si allineavano in un flusso coerente. Si respirava profondamente e regolarmente. Si sentiva. Si viveva. Si sognava.
Anticipando ancora, dirò che lavoravo con una meravigliosa famiglia americana, o meglio, con una piccola parte di essa – Beth e Harvey. Beth è la proprietaria della panetteria di cui ho parlato sopra, Harvey è il suo figlio ventenne. Insieme preparavano cose incredibili per le quali gli americani facevano lunghe file al mattino. Ma di questo parlerò un po' più tardi.
A volte Beth chiamava affettuosamente Harvey “my beach boy”: era un fanatico pazzo del surf e aspettava costantemente le onde, che sulla costa orientale sono una rarità.
Se ricordo Harvey, lo ricordo triste. Alla fine dell'estate, nonostante la fine della stagione, dovevamo lavorare incredibilmente tanto: la cucina, la griglia ardente, 1 giorno libero a settimana – il ragazzo era esausto, e quando chiedevo a Beth cosa succedesse, lei diceva che «my boy is done with all that stuff». Era la verità.
Ma un giorno l'ho visto diverso. Era agosto, a metà mese. A metà turno, Harvey ha risposto a una telefonata con il suo solito calmo «hello», poi improvvisamente il suo viso è cambiato, ha brillato, ha urlato qualcosa nel ricevitore, è corso da Beth, le ha chiesto qualcosa altrettanto velocemente e, senza aspettare risposta, è uscito come un proiettile dalla panetteria, salutandoci con la mano.
Più tardi mi hanno spiegato cosa era successo. Quel giorno a Bethany c'erano onde enormi che semplicemente non poteva perdere. «My twins grew up by the beach, they can’t live without it», mi ha detto Beth, «so I never blame Harvey for leaving the place earlier when there are waves».
Per alcuni – montagne d'oro, per altri – una fabbrica di cioccolato, e per altri – onde. A ognuno il suo. Per quanto mi riguarda, ho capito da tempo che «in my heart I belong in a house by the sea».








