Successivamente siamo andati nel famosissimo stato della California. Verso la città di San Francisco, silenziosa, tranquilla e particolarmente distinta tra tutte le altre. Verso la città di Los Angeles, sempre di fretta e brulicante di celebrità o future celebrità, verso l'insegna di Hollywood, diventata il simbolo della città, e verso l'Oceano Pacifico, freddo, potente e a prima vista completamente inespugnabile.
La California si è rivelata esattamente come la immaginavo: impossibile da descrivere con precisione o da standardizzare. Non si può dire che la California sia folle e abbia un ritmo di vita molto veloce come Los Angeles, perché, ad esempio, San Francisco non mi è sembrata affatto così. È molto più tranquilla, lì in generale si ha l'impressione che tutti gli abitanti del posto si occupino principalmente di «vantarsi» di qualcosa: auto, talenti, la capacità di dipingere sui muri, chiunque con ciò che può. La California è come un paese multinazionale a sé stante, che si può studiare all'infinito.
Quando stavamo già volando verso casa, ho guardato a lungo dal finestrino dell'aereo e ho visto come cambiava il tempo. Dagli stati che in quel momento erano soleggiati, volavamo oltre la nebbiosa Albione, oltre città europee a volte soleggiate e calde, a volte coperte da una pioggerellina sottile, volavamo verso una Mosca nuvolosa, già grigia, che si preparava al freddo inverno. È sorprendente, ma proprio questo cambiamento di tempo rifletteva il mio stato d'animo. Era insopportabile, non temo di usare questa parola, doloroso lasciare il paese in cui ho visto così tanto, imparato così tanto, capito così tanto per me stessa. È come se per 4 mesi fossi uscita dal cerchio della mia vita abituale e li avessi vissuti in una realtà parallela: sorprendente, indimenticabile, a tratti provocatrice di sentimenti contrastanti, ma comunque così attraente.






